Ci dicono "Entrate lì, tra poco verremo a prendervi per portarvi a destinazione" Entriamo e nella penombra vediamo un mucchio di donne messe a cono. Probabilmente sotto erano già tutte morte, vestite di nero, sopra alcune galleggiavano, si muovevano ancora un poco, particolarmente due. Erano bianche come la carta, con gli occhi infossati e neri. Facevano impressione. Poco dopo arrivano due inservienti, prigionieri che facevano dei lavori all'interno, con un recipiente di patate lesse. Non so se l'hanno fatto per noi. Noi non eravamo ancora destinate a morire, avevamo ancora tre, quattro mesi di vita, lavorando e mangiando quasi niente. Queste invece erano condannate senz'altro, messe lì senza bere, senza mangiare, con il freddo tremendo che c'era in gennaio, sopra Berlino, la notte specialmente, in quelle condizioni e senza potersi ribellare perché come fai a ribellarti in un campo di sterminio, se non hai le forze, le armi, niente? Se ti ribelli ti succede solo di peggio perché ti bastonano. Allora queste sopra la catasta si sono allungate, una che dalla sagoma sembrava molto alta ha messo la mano sull'orlo del recipiente. Le patate sono finite sul pavimento, correvano rotonde. Si sono chinate - non stavano in piedi - per prenderle e portarle subito alla bocca. Quello spettacolo era una cosa spaventosa. Queste già quasi morte, che non potevano muovere le mandibole perché ormai erano troppo strette, aprivano appena un po' la bocca e cercavano col dito di mandare dentro la patata. La tenevano stretta, ma non riuscivano a ingoiarla e quelle che erano sotto di loro, che ancora capivano un po', per istinto di conservazione cercavano di portargli via il pezzettino che avevano sulla bocca.
Rosa Cantoni, deportata politica nel lager di Ravensbrück